Igor Vižanov
Patriarcato di Mosca
IL SANTO SERGIJ DI RADONEŽ
Il santo Sergij di Radonež è uno dei più grandi, dei più venerati santi russi.
La sua eccezionale personalità univa in sé i più diversi aspetti del servizio a
Dio e agli uomini. Prima di tutto, era un monaco, un austero anacoreta, un
asceta, uno che vedeva Dio, che godeva di molte
straordinarie visioni, un taumaturgo che resuscitava i morti. Ma, nel contempo,
il santo Sergij si rivelò anche come modello di amministratore, di dirigente di un grande
monastero, e di uomo di stato, che combatteva per l’unione della scompaginata Rus’ secondo l’immagine della Santissima Trinità. A queste
qualità del santo si univa organicamente anche il suo servizio di misericordia.
Con la sua vita egli incarnò i comandamenti evangelici: “…Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua
anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei
comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai
il prossimo tuo come te stesso…” (Mt 22, 37-39) e
“Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia” (Mt
5, 7).
Proprio nel XVI secolo,
nell’epoca della lotta con i nemici esterni, ai tempi delle discordie tra i
principi, apparve il santo della Rus’, la cui vita
trascorse al servizio della Santa Trinità. Era importante, affinché gli uomini
vedessero un esempio di vita che, similmente al Divino Prototipo Trinitario,
trovasse senso e compiutezza nell’ascesi, fondata su un amore pieno
d’abnegazione verso ogni persona: e il prossimo, e lo sconosciuto, e l’amico, e
il nemico, e il giusto, e il peccatore. Il santo Sergij
fu portatore di questa idea con il suo servizio, con
l’invito all’unità fondata sull’amore fraterno, senza odio, discordie,
inimicizie e guerre.
Al santo Sergij era ben
noto, che cosa sono il bisogno e l’infelicità. Egli
discendeva da una stirpe nobile, ma impoverita. I suoi genitori, Kirill e Marija, appartenevano ai
boiardi di Rostov e
vivevano nel loro podere, non lontano da Rostov, dove
nacque anche Sergij (prima che diventasse monaco lo
chiamavano Barfolomej), nel 1314 (secondo altri nel
1319). Il servo di Dio Kirill prima era padrone di
una grande proprietà nella regione di Rostov, era un boiardo, possedeva
una grande ricchezza, ma alla fine della vita cadde in povertà. Egli si ridusse
in miseria a causa delle frequenti marce con il principe all’Orda, a causa delle
scorrerie dei tartari, a causa dei pesanti tributi dell’Orda. Ma peggiore di
tutte queste disgrazie tu la grande invasione dei tartari, e dopo questa continuò la violenza, perché il grande principato
passò in proprietà al principe Ivan Danilovič, e
il principato di Rostov passò in possesso a Mosca. E molti abitanti di Rostov per
forza consegnavano i propri beni ai moscoviti. Per questo Kirill
si trasferì a Radonež (a 54 verste da Mosca).
Come testimonia il primo redattore della vita del
santo Sergij, il monaco del monastero della Trinità
di san Sergio Epifanij Premudrij
(il Saggio), i suoi genitori erano “ornati di ogni
virtù”. Prima ancora della nascita del futuro asceta cominciarono a
manifestarsi vari miracoli, che dimostravano l’evidente elezione del figlio di Kirill e Marija. Quand’egli era ancora nel ventre materno, un giorno, di domenica, sua madre
entrò in chiesa durante il canto della santa liturgia. Ed ella stava in piedi con le altre donne nell’atrio, mentre
dovevano attaccare con la lettura del santo Vangelo e tutti stavano in
silenzio, il fanciullo cominciò a gridare nel grembo della madre. Prima che iniziassero a cantare l’inno cherubico,
il fanciullo iniziò a gridare una seconda volta. Quando il sacerdote proclamò:
“Le cose sante ai santi!” – il fanciullo per la terza
volta cominciò a gridare. Il padre e la madre raccontarono al sacerdote come il
loro figlio, essendo ancora nel grembo della madre, nella
chiesa tre volte avesse
gridato: “Non sappiamo cosa questo significhi”. Il prete disse: “Rallegratevi,
perché il bambino sarà un calice eletto da Dio, dimora e servo della Santa
Trinità”.
Quando l’adolescente Barfolomej
fu un po’ cresciuto, fu chiaro che non gli riusciva a
leggere e a scrivere. Kirill aveva tre figli: Stefan e Pëtr impararono velocemente
a leggere e a scrivere, Barfolomej per molto tempo
non riuscì ad imparare a leggere. L’adolescente in lacrime pregava: “Signore! Concedimi di imparare a leggere e a scrivere, fammi
comprendere!”. I suoi genitori si affliggevano, il maestro si
dispiaceva. Tutti si rattristavano, non vedendo la superiore
predestinazione della provvidenza divina, non sapendo ciò che Dio voleva
operare. Per decisione di Dio bisognava che egli ricevesse da Dio
l’apprendimento dei libri.
Una volta egli fu mandato da suo padre a cercare
il bestiame, vide un monaco nel campo, che stava sotto una quercia e pregava.
Quando finì di pregare lo starec
si rivolse a Barfolomej: “Che cosa vuoi,
figlio?”. L’adolescente allora disse: “L’anima vuole imparare a leggere e
scrivere. Io studio, ma non riesco ad apprendere. Padre
santo, prega, affinché io possa imparare a leggere e a scrivere”. E lo starec gli rispose: “Non ti affliggere,
figlio, per la scrittura: da oggi il Signore di dona
la conoscenza della scrittura”. Da quell’ora egli iniziò a leggere e a scrivere
bene. Così al futuro asceta fu mostrato che soltanto Dio è
la fonte di ogni bene per l’uomo. A giudicare da tutto questo, Barfolomej
capì anche che il Signore dispensa i suoi favori attraverso le persone ed egli
stesso iniziò a desiderare una misericordia che imiti quella di Dio. Questo si
espresse, prima di tutto nei suoi atteggiamenti verso i genitori.
Due figli di Kirill, Stefan e Pëtr, si sposarono; il
terzo figlio, il santo giovane Barfolomej, non volle
sposarsi, ma aspirava alla vita monastica. Avendo davanti a sé uno scopo della
vita già chiaramente manifesto, il monachesimo, egli, non di meno, si frenava
per il bene del padre e della madre, restando a prendersi cura di essi. Tutti coloro che sono soliti
dire che il monachesimo insegna all’uomo a disprezzare la famiglia, troveranno
in questo capitolo della vita del santo l’esempio di come il primo discenda dal
secondo. Qui l’esempio del santo ci spinge a non trascurare gli obblighi di oggi, per quanto importanti e grandi siano i nostri
piani. L’uomo, il vero credente, mai “passa sugli uomini” per
esaudire il suo più “alto” desiderio, ma, al contrario, limiterà se stesso,
quando vedrà il bisogno del prossimo. Il santo Sergij
– tutta la vita del quale fu un grande sacrificio a
Dio – iniziò il suo podvig, cioè la sua
ascesi, il suo atto eroico, con il piccolo sacrificio ai propri genitori e,
cosa che è particolarmente importante, lo fece con gioia.
Dopo la loro morte Sergij
si recò a Chot’kovo, nel monastero della Protezione,
dov’era monaco il suo fratello maggiore, Stefan. Egli
per qualche anno aveva vissuto con la moglie, ma ella
presto morì. Stefan allora lasciò il mondo e divenne
monaco nel monastero della Protezione della Madre di
Dio a Chot’kovo. Il santo giovane Barfolomej, giunto da lui, chiese a Stefano che questi
andasse con lui a cercare un luogo deserto. Poiché egli aspirava al
“monachesimo più rigido”, alla vita nel deserto, Stefan,
obbedendo, andò insieme a lui, ed essi fondarono un
eremitaggio sulla riva del fiume Končura, in
mezzo alla quieta pineta di Radonež, dove costruirono
(interno al 1335) una piccola chiesa di legno dedicata alla santa Trinità.
Presto Stefan abbandonò Barfolomej, perché la vita nell’eremitaggio era dura, in
tutto misera, piena di privazioni. Stefan partì per
Mosca, si stabilì nel monastero dell’Epifania e visse molto progredendo in
virtù. Barfolomej restò nel bosco da solo. A quel
tempo, nel 1337, egli volle prendere la tonsura monastica. Barfolomej
chiamò a sé nell’eremo un sacerdote, della dignità di igumeno. L’igumeno lo tonsurò con
il nome di Sergij. Così egli fu il primo monaco
tonsurato in una chiesa costruita da lui stesso e in eremitaggio da lui stesso
fondato.
Vivendo nel bosco, Sergij
subì varie tentazioni. Erano le paure e i terrori che venivano dai demoni, ma
anche le incursioni di belve selvagge. Alcune di loro ululavano in branchi e,
ruggendo, passavano davanti alla sua dimora, mentre altre andavano vicini al
santo, lo circondavano e perfino lo annusavano. In questa situazione, in modo
commovente e stupefacente, si manifestò la misericordia del santo verso gli
animali. Come narra la vita del santo, un orso prese
l’abitudine di andare da Sergij. Il santo, vedendo
che la belva andava da lui non per cattiveria, ma per prendere un po’ di cibo
per nutrirsi, portava fuori dal suo tugurio alla belva
un piccolo tozzo di pane e lo metteva o su un ceppo o su un tronco, cosicché,
quando la belva fosse, come al solito, arrivata, avrebbe trovato del cibo pronto per lei; ed essa lo prendeva
nelle sue fauci e se ne andava. Quando però il pane non bastava e la belva,
giunta come d’abitudine, non trovava preparato per lei l’abituale pezzo di
pane, allora essa per lungo tempo non se ne andava.
L’orso stava ritto, guardando di qua e di là, perseverando, come un crudele
creditore desideroso di riscuotere il proprio credito. Se poi il santo aveva
soltanto un pezzo di pane, anche quello egli divideva
in due parti, per lasciarne una parte per sé, mentre dava l’altra alla belva;
non aveva, infatti, allora Sergij nell’eremitaggio un
cibo vario, ma soltanto il semplice pane e l’acqua da una fonte, che stava là,
e anche questo in piccola quantità. Spesso non c’era pane neppure per la
giornata; e quando succedeva questo, entrambi restavano
affamati, il santo e la belva. Eppure talvolta il
santo non si preoccupava di sé e restava lui stesso affamato: sebbene avesse
soltanto un pezzo di pane, egli gettava anche questo alla belva. Ed egli in quel giorno preferiva non mangiare, ma digiunare,
piuttosto che ingannare questa belva e mandarla via senza cibo.
Il santo poi con gioia sopportava tutte le prove
che gli erano mandate, in tutto ringraziando Dio; non protestava, nelle
difficoltà non si deprimeva. E Dio, vedendo la grande
fede del santo e la sua grande pazienza, gli mostrava clemenza e volle
alleviare le sue fatiche nel deserto. Dopo due o tre anni circa affluivano da Sergij dei monaci, desiderando condividere la sua ascesi
monastica. E qui di nuovo si manifestò la misericordia
del santo. Il santo non solo non accettava i monaci che
andavano da lui, ma proibiva loro pure di fermarsi, dicendo: “Non potete
sopravvivere in questo luogo e non potete sopportare le difficoltà del deserto:
la fame, la sete, la mancanza di comodità e la povertà”. Essi allora
rispondevano: “Noi vogliamo sopportare le difficoltà della vita in questo
luogo, e se Dio vorrà, potremo farlo”. Sergij allora ancora una volta chiese loro: “Potrete voi sopportare le
difficoltà della vita in questo luogo: la fame, e la sete, e ogni genere di
privazioni?”. Essi risposero: “Sì, onorato padre, lo vogliamo e lo
potremo, se Dio ci aiuterà e le tue preghiere ci sosterranno. Soltanto di una
cosa ti preghiamo, santo: non ci allontanare dal tuo volto, e da questo luogo,
nostro caro, non ci scacciare”. Finalmente, il santo Sergij,
essendosi convinto della loro fede e del loro zelo, disse loro: “Io non vi
scaccerò, poiché il Salvatore nostro ha detto «chi viene a me non lo manderò
via»”.
Così cominciò a formarsi il convento. Sergij divenne igumeno e
presbitero. Egli abbracciò il sacerdozio nel 1354 su
richiesta della comunità monastica. Inizialmente ogni monaco aveva la sua cella
separata, ma guardando alla vita del santo Sergij e
cercando, secondo le proprie forze, di imitarlo. Il santo, vivendo con i
fratelli, sopportava molte pene, e compiva grandi atti ascetici e le fatiche di
una vita di digiuni. Egli visse una vita di rigido digiuno; le sue virtù erano
tali: la fame, la sete, la veglia, il cibo asciutto, il dormire per terra, la
purezza corporale e spirituale, il silenzio delle labbra, la scrupolosa
soppressione dei desideri della carne, le fatiche fisiche,
l'umiltà non ipocrita, la preghiera incessante, il giudizio buono, l'amore
perfetto, la povertà nell'abito, il ricordo della morte, la mitezza unita alla
dolcezza, il permanente timore di Dio.
Essendo igumeno,
il santo Sergij, come testimonia la storia della sua
vita, “senza pigrizia serviva la comunità come uno schiavo acquistato”. Egli spaccava la legna per
tutti, e pestava il grano, e cuoceva il pane, e cucinava il cibo, e cuciva i
vestiti, e, con due secchi sulle proprie spalle, portava l’acqua sulla montagna
e la metteva a ciascuno nella cella. Sergij stesso costruì con le sue
mani tre o quattro celle. Ed egli partecipava in tutte
le restanti faccende monastiche, necessarie alla comunità: talvolta portava la
legna sulle sue spalle dal bosco e, dopo averla spezzata e spaccata, divisa in
pezzi la distribuiva nelle celle. In questo modo il santo fu un esempio
vivente dell’atteggiamento misericordioso verso il prossimo. E’ particolarmente
notevole il racconto di come il santo
Sergij edificò a uno dei
fratelli anziani il tetto, dopo aver preso per il lavoro di una giornata un
setaccio di pane ammuffito.
Tuttavia ancora più sorprendente
appare il caso della resurrezione di un bambino morto. Una volta, in una fredda notte d’inverno, andò
dal santo un contadino, chiedendo di pregare per il figlio morto, il corpo del
quale egli portò nella cella del santo. Quando il
padre uscì dalla cella per preparare la tomba, Sergij,
vedendo il dolore di quest’uomo, cominciò a pregare in tal modo sul defunto,
che il Signore mirabilmente lo riportò alla vita. Quando
il contadino entrò di nuovo nella cella, egli con stupore vide che il santo
conversava pacificamente con suo figlio. Desiderando nascondere il miracolo,
compiutosi per la sua preghiera, Sergij disse che il
bambino in realtà non era morto, ma soltanto congelato lungo la strada, e dopo,
nel calore della sua cella, si era riscaldato.
La fama del santo Sergij
cominciò a crescere. Tutti si misero a rivolgersi al convento, iniziando dai
contadini e finendo ai principi; molti si stabilivano nelle sue vicinanze,
davano in offerta i propri beni. L’eremo, che inizialmente aveva sopportato in
tutto il necessario un’estrema miseria, si trasformò
in un ricco monastero. La notorietà di Sergij giunse
addirittura fino a Costantinopoli: il patriarca di Costantinopoli, Filofej, gli inviò con una particolare ambasciata una
croce, lo schima e una lettera patente,
nella quale lo esaltava per la vita virtuosa e gli dava il consiglio di
introdurre nel monastero una rigida vita comunitaria. Secondo questo consiglio
e con la benedizione del metropolita Aleksej, capo
della Chiesa russa, Sergij introdusse nel monastero
la regola della vita comunitaria, adottata poi da numerosi cenobi russi.
Dunque, nel convento si istituisce
la vita comune. Il beato pastore assegna ai fratelli diversi servizi: pone uno
come cellario, altri in cucina per la cottura del
pane, e – cosa più notevole, uno dei primi servizi nel monastero della trinità di Sergij diventano le opere di
carità – ad un altro monaco Sergij affida di “servire
i deboli con ogni sorta di diligenza”. Il santo comandò risolutamente di
seguire i comandamenti dei santi padri: che nessuno possedesse niente di proprio,
non chiamasse nulla proprio, ma tutto fosse considerato in comune.
L’organizzazione del monastero fu così bene ordinata dal beato igumeno, che il numero dei discepoli aumentava
continuamente. Inoltre, attorno al monastero cominciarono ad istallarsi i
contadini, si andò formando un’intera città “posad”,
che in seguito ricevette il nome di Sergev Posad (villaggio di Sergij). I
contadini cominciarono a frequentare spesso il monastero, portando le diverse
cose necessarie. Ma il santo igumeno
aveva un comandamento per i fratelli: non chiedere ai laici ciò che serviva per
il nutrimento, ma stare con pazienza nel monastero e aspettare la carità da Dio. E
quanto più numerosi diventavano i seguaci e gli estimatori del santo Sergij, tanto più preziosi erano i contributi che essi
portavano; e quanto più nel convento si moltiplicavano i contributi, tanto più
si accresceva l’ospitalità. Ecco cosa scrive di questo il redattore
della vita del santo: «E nessuno dei poveri che
venivano nel convento se ne andava a mani vuote. Mai
il beato cessò la sua beneficenza e ai servitori del convento ordinava di dare
rifugio ai poveri e ai pellegrini e di aiutare i bisognosi, dicendo così: “Se
custodirete questo mio comandamento con obbedienza, riceverete la ricompensa da
Dio; e dopo la mia partenza da questa vita, questo mio convento crescerà molto,
e per molti anni si ergerà incrollabile per la grazia di Cristo”. La sua mano
era così aperta per i bisognosi come un fiume in piena con una corrente
tranquilla. E se qualcuno si trovava nel monastero
durante l’inverno, quando vi è il rigido gelo o quando la neve è spazzata da un
forte vento, tanto che non si poteva uscire dalla cella, qualunque fosse il
periodo in cui egli restasse là per il maltempo, egli riceveva tutto il
necessario nel convento. I pellegrini e anche i poveri, e tra loro soprattutto
i malati, vivevano per molti giorni in piena tranquillità e ricevevano il cibo,
quanto a ciascuno era necessario, in abbondanza, secondo l’ordine del santo starec; e fino ad oggi tutto si mantiene così. Ma poiché passavano di lì strade da molte località,
principi, e voivodi, e guerrieri numerosissimi, tutti ricevevano l’aiuto loro
necessario, sufficiente e sincero, come dalle fonti inesauribili, e mettendosi
in cammino, ricevevano l’indispensabile nutrimento e il bere a sufficienza.
Tutto questo chi lavorava nel convento del santo dava
a tutti con gioia in abbondanza. Così le persone sapevano con esattezza dove
tutto ciò che è indispensabile si trova nelle chiese,
il cibo e il bere, e dove il pane e la marmellata, e tutto questo si
moltiplicava per la grazia di Cristo e del suo miracoloso servo Sergij».
Il metropolita Aleksej,
che tanto stimava l’igumeno di Radonež,
in punto di morte cercò di convincerlo a divenire il
suo successore, ma quello si rifiutò categoricamente. Intanto, Sergij, con la sua grande autorità
di portata nazionale, non trascurava gli affari statali. Secondo le parole di
un contemporaneo, Sergij “con parole serene e
mansuete” poteva agire sui cuori più induriti e incattiviti; molto spesso
riconciliava i principi che erano in ostilità tra di
loro, convincendoli a sottomettersi al grande principe di Mosca (per esempio,
il principe di Rostov, nel 1356, quello di Nižnij Novgorod nel 1365, quello
di Rjazan’, Oleg, e altri),
fatto grazie al quale, al tempo della battaglia di Kulikovo
nel 1380 quasi tutti i principi russi riconobbero il predominio di Dmitrij Ioannovič. Partendo
per questa battaglia, quest’ultimo, accompagnato da principi, boiardi e voivodi, si recò da Sergij,
per pregare con lui, e ricevette da questi la benedizione. Benedicendolo, Sergij gli predisse la vittoria e la salvezza dalla morte e
lasciò andare nella campagna militare due suoi monaci, Peresvet
e Oslabja. Dopo la battaglia di Kulikovo il grande principe
si mise a trattare con ancora maggiore venerazione l’igumeno
di Radonež e nel 1389 lo invitò a suggellare il
testamento spirituale, che sanciva un nuovo ordine nella successione al trono,
dal padre al figlio maggiore. Tutte queste misure erano indirizzate al
consolidamento della Rus’, alla riunione ad essa dei principati separati in un unico potente stato,
l’unico capace di difendere il popolo dal pericolo straniero ed eterodosso. Se si considera che per le infinite scorrerie tartare soffrirono soprattutto le
persone semplici, povere, già bisognose, allora anche l’attività pubblica,
nazionale di Sergij si può annoverare pienamente
nelle opere d’amore e di misericordia.
Il santo Sergij morì nel
1392, il 25 settembre, e dopo 30 anni i suoi resti e gli abiti furono trovati
intatti. Nel 1452 egli fu canonizzato. Oltre al monastero
della Trinità di san Sergio, Sergij fondò ancora
qualche altro convento: il monastero del Salvatore di Priluki
(1350), il monastero dei Salvatori di Suzdal’
(1358), il monastero di Boris e Gleb (1360), il
monastero Andronikov di Mosca (1360), il monastero di
san Nicola di Pešnoj (1361), il monastero Simonov a Mosca (1370), il monastero della Concezione della
tutta santa Madre di Dio di Serpuchov (1374), il
monastero della Dormizione Dubenskij
(1380) e altri, mentre i suoi discepoli fondarono fino a 40 monasteri,
prevalentemente nella Rus’ del nord.
Per fare qualche esempio, citiamo alcuni tra i
nomi dei discepoli del santo Sergij: i santi Andronik di Mosca, Mefodij di Pešnoj, Nikifor di Borovoj, Afanasij di Vysock, Grigorij Golutvinskij, Dimitrij di Priluki, Kirill di Belozersk, Ferapont di Možajsk, Sil’vestr di Obnorsk, Iakov
di Železnoborsk.
Il già sopra menzionato Epifanij
Premudrij per 20 anni ha raccolto e annotato i
racconti per la sua opera “La vita del santo Sergio”.
Egli poi l’ha scritta in un anno, terminando nel 1418. Dopo la morte di Epifanij, Pachomij
Logofet riscrisse la “Vita”, non violando la verità
dei contenuti e rendendo più agevole la lettura. Nel XVIII secolo fu redatta
una vita di Sergij dall’imperatrice Caterina II, nel XIX secolo hanno visto la luce le redazioni della “Vita”
dei metropoliti di Mosca Platon, Filaret,
e del famoso storico E. E. Golubinskij. Nel nostro tempi è stata composta una vita del santo Sergij dal patriarca di Mosca e di tutte le Russie Aleksij I.
Tirando
le somme, è indispensabile sottolineare, che nella persona del santo Sergij noi
non abbiamo a che fare né con uno studioso, né con sapiente. Egli non scrisse
neppure un libro, ma fu una persona-esempio, quella “luce che risplende nel
mondo”. Per il suo esempio noi vediamo
che il monachesimo autentico disprezza il mondo, ma non le persone che lo
abitano. Il santo rifuggì dalla gloria umana e dalle tentazioni del mondo, ma
era accogliente verso le persone, sensibile ai loro bisogni e pronto nel
prestare aiuto.