Andrea Riccardi
Comunità di Sant’Egidio
Martirio e carità nel
‘900
Il cammino della Chiesa
cattolica
Un
attento studioso del cristianesimo occidentale in età contemporanea, Emile Poulat, ha osservato: “pur
essendovi libri di teologia della carità, non c’è ancora oggi una sola storia
universale della carità cristiana. Esistono storie dei papi, dei concili, delle
diocesi, delle missioni, esistono storie della povertà, monografie relative a
una nazione, un secolo, un uomo, ma non esiste nessuna storia generale della
carità cristiana...” [1].
Obbiettivamente lo storico francese ha ragione: non ci sono storie della
carità. Forse la carità non fa storia? Ma se la carità è lo Spirito effuso nei
cuori degli uomini –come dice l’apostolo Paolo nella lettera ai romani [2]-
questa è storia anche percepibile nei comportamenti, negli atteggiamenti e
nelle scelte. Se la carità è paziente, benigna, non invidiosa, non si vanta,
non si gonfia –come scrive Paolo nella prima lettera ai corinti
[3]-
non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene
conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, si compiace della verità,
tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta, allora vuol dire che c’è
una storia della carità che incide in una storia più generale. Mons. Paglia,
nella sua importante Storia dei poveri in
Occidente, indigenza e carità, ha compiuto alcuni anni fa una ricerca delle
orme della carità nella vicenda dei poveri in Occidente [4].
Anche se tante volte la sabbia del tempo o delle ideologie viene a confondere o
cancellare queste orme. In ogni modo, c’è una realtà che tutti –anche chi non
crede- possono percepire. Mi diceva, qualche anno fa, Danielle
Mitterand, che si professa non credente: “perché ogni
volta che vado negli angoli più tragici del mondo, non trovo nessuno se non una
religiosa o un cristiano?”.
La
carità è talmente presente nella storia che giunge sino al segno estremo, cioè
sino al martirio. Nel martire si vede forte l’esistenza della carità. Ed è il
tema che viene proposto alla fine di questo convegno che ha come interlocutori
il cristianesimo cattolico e il cristianesimo ortodosso russo. Sono
particolarmente contento di discutere di questo con rappresentanti della
cultura e della Chiesa russa. Infatti il cristianesimo russo sa cos’è il
martirio e ne è segnato in profondità in tutta la sua storia. “La Chiesa russa
–scrive Michelina Tenace- è una Chiesa dolorosa dall’inizio e fino ad oggi…”[5].
Dai martiri Boris e Gleb (celebrati anche dalla
Chiesa latina), al terrore tartaro nella prima metà del secondo millennio, alla
lotta con il cattolicesimo occidentale nella seconda metà del millennio (ho in
mente una piccola icona del patriarca Ermogene, martirizzato nel XVII secolo
nei sotterranei del Cremlino), sino al terrore
comunista (e qui come non pensare al santo patriarca Tikhon,
canonizzato dalla Chiesa russa, anzi ho scelto come titolo dell’edizione
francese del mio libro su Il secolo del
martirio le parole che dicono abbia pronunciato alla morte: “la notte sarà
molto lunga e scura” ). Voglio dire che la Chiesa russa sa, nelle sue profonde
fibre spirituali, che cosa sia il martirio e l’essere Chiesa di martiri.
In
quell’Occidente percorso da forti processi di sviluppo, ma anche da fenomeni
eclatanti di disuguaglianza e di miseria, la carità è stata spesso una forza
che ha preservato i deboli, che ha
promosso un pensiero sociale e azioni più o meno efficaci in favore di poveri.
La stessa dottrina sociale della Chiesa proviene da una carità vissuta che si è
posta problemi riguardo alla costituzione della società, all’economia, al
progresso, alla giustizia, alla diseguaglianza:
“L’autentica misericordia –ha scritto nel 1980 Giovanni Paolo II nell’enciclica
Dives in misericordia- è, per così dire, la
fonte più profonda della giustizia… la più perfetta incarnazione
dell’’eguaglianza’ tra gli uomini, e quindi anche l’incarnazione più perfetta
della giustizia, in quanto questa, nel suo ambito, mira allo stesso risultato” [6].
La “sollecitudine sociale” della Chiesa –sembra sostenere lo stesso papa in
un’enciclica successiva sulla dottrina sociale- esprime a manifesta la carità
della Chiesa alla luce della lettura degli avvenimenti della storia [7].
La
dottrina sociale della Chiesa ha, lungo il Novecento, affrontando i rapporti
nella società industriale e poi quelli tra Nord sviluppato e Sud non
sviluppato, conosciuta una crescita importante in ampiezza di dibattito e in
produzione di idee. Non qui il caso di dilungarsi, ma solamente di ribadire che
il suo scopo è stato contribuire alla costruzione e all’ispirazione di
comportamenti e politiche che mirassero a una società meno dura e inumana.
Paolo VI ha avuto un’efficace definizione di questo tipo di società, parlando
di “civiltà dell’amore”. Il metropolita Nikodim di
Leningrado e Novgorod, nella sua tesi su Giovanni
XXIII, osserva a proposito della Chiesa cattolica come “la dottrina sociale è
anzitutto parte integrante della concezione cristiana della vita” [8].
Ed aggiunge: “Giovanni XXIII chiamava l’amore la forza motrice della vita
sociale in un ordine realmente umano, forza vivente e vivificatrice. Invitò
ogni credente ad essere scintilla d’amore…” [9].
Credo che, dopo tanti anni, la gran parte degli studiosi su papa Giovanni
possano concordare su tale lettura. Al di là di queste espressioni, bisogna
comprendere ancora che cosa ha significato la carità nella storia difficile del
Novecento, di quel secolo che, oltre altri aspetti positivi, è stato anche il
secolo dell’odio, come ha scritto un autore italiano [10].
Ci
sono stati luoghi storici, che hanno coinvolto la vita di milioni di donne e di
uomini, da cui si è tentato di espellere programmaticamente
la carità: penso al sistema concentrazionario, quello
dei lager e quello di gulag, per fare un esempio, pur consapevole che questa
esperienza non si riduce a questi due mondi. Un sacerdote, don Angelo Dalmasso, racconta la storia di un prete, Giuseppe Girotti, domenicano e studioso di Bibbia. A Dachau lo
ricordano discutere fraternamente con un pastore protestante: “Qui il priore
domenicano di Colonia, saputo che vi era un religioso del suo Ordine, portò a Girotti un pezzo di formaggio. Da giorni eravamo senza
cibo, ma p. Girotti lo diede a me. Io lo mangiai
–conclude Dalmasso- e ancora oggi ho il rimorso
d’averlo fatto”. Girotti, arrestato per aver nascosto
gli ebrei durante l’occupazione tedesca, gravemente ammalato, fu ucciso con
un’iniezione di benzina. Sulla sua cuccetta i compagni di prigionia, di varie
confessioni cristiane, scrissero: “qui dormiva ‘San’ Giuseppe Girotti” [11].
La storia del sistema concentrazionario è anche
quella di tanti che, poveri e senza risorse, hanno resistito a piegarsi a
comportamenti disumani e persecutori contro sventurati sottoposti alla simile
sorte. Essi continuavano a vivere la carità come potevano, mostrando come
l’amore è più forte del male. E’ anche la storia di una fede vissuta e
riscoperta: “Le carceri sono piene di Dio” –scriveva l’italiano Teresio Olivelli, un altro caduto dei lager, ai suoi genitori dal
carcere durante la seconda guerra mondiale [12].
Una
situazione di terribile costrizione non ha determinato in uomini e donne
credenti alla decisione che sembrerebbe normale: rinunciare all’umanità e alla
carità per salvare la propria vita. Salvare la propria vita a tutti i costi non
è stato il valore supremo per questi credenti. La loro è stata una resistenza
nell’amore e nella fede alla soverchiante forza del male. Questa è una storia
che attraversa l’intero Novecento. Ho avuto la possibilità di lavorare sulle
testimonianze che sono state raccolte a Roma per evitare la scomparsa della
memoria di uomini e donne che hanno sacrificato la propria vita per la fede:
sono gente di tutti i continenti, appartengono alla Chiesa cattolica ma non
solo; si sono trovati a che fare con le forme più differenti del male, ma non
hanno considerato come bene supremo salvare la propria vita a costo di tradire
i loro confratelli o fedeli, di rinunciare alla carità, di apostatare dalla
loro fede. Studiando queste testimonianze ho avuto l’impressione di scendere
nelle catacombe del Novecento da cui si vede un’altra parte della storia della
Chiesa cattolica di questo secolo. Ed è una parte dimenticata, ma che
costituisce una realtà essenziale [13].
Per questo è nostro compito scoprirla e ricordarla, perché è la storia della
carità nel secolo dell’odio.
Nel
1995, sei suore Poverelle di Bergamo (una
congregazione religiosa cara a Giovanni XXIII) muoiono contagiate dall’epidemia
di Ebola in Congo. Le suore erano consapevoli del
pericolo per la loro sopravvivenza, perché l’epidemia aveva fatto tanti morti
attorno a loro, ma decidono di restare ad accudire i malati: “Ma non ha paura
lei che è sempre in mezzo ai malati? –avevano chiesto a suor Dinarosa Belleri. E questa aveva
risposto con ferma semplicità: “La mia missione è servire i poveri… Il
Padreterno mi aiuterà”. Una loro consorella, suor Vitarosa
Zorza raggiunse le altre suore per assisterle:
“Perché avete paura? –diceva alle consorelle- Le altre sono là; perché non
posso andare anch’io? In questo momento hanno bisogno di me”. Le sei suore sono
morte dell’epidemia di Ebola per restare accanto agli
ammalati. Hanno mostrato come la vicinanza ai poveri sia stata più importante
che preservare se stesse; inoltre hanno rivelato come per i cristiani
proteggere la propria vita non sia un valore così assoluto da dover pagare il
prezzo di abbandonare i malati [14].
Questa
è la storia di tante donne e di tanti uomini nel XX secolo: sono quelle suore
che, nel 1918, assistono i malati a Philadelfia
nonostante i rischi e ne cadono ben sette; sono le suore che, nel 1919, entrano
in un lazzaretto durante un’epidemia di peste bubbonica a Totoras
in Argentina, e cadono entrambe; è il caso dell’italiano don Renzo Berretta,
ucciso da un emigrato marocchino nel 1999, mentre si esponeva a aiutare le
situazioni più difficili di emigrati. E si potrebbe continuare. Ci sono poi
madri, come Gianna Beretta Molla o Mariantonietta Perretta, che hanno sacrificato la loro vita pur di evitare
che fosse perduta quella del figlio che attendevano. Luigi Accattoli
racconta che Mariantonietta Perretta aveva consultato
medici e sacerdoti che l’avevano lasciata libera di scegliere se curarsi dal
tumore e rischiare la vita del figlio oppure privilegiare il nascituro [15].
I
caduti per la carità sono ricordati da me purtroppo rapidamente (perché in
ognuno ci sarebbe da capire e contemplare la storia e l’insieme delle
motivazioni). Infatti praticare la carità espone a gravi rischi chi compie
questa scelta. La scelta per una carità vissuta è mantenere aperta la porta a
chi può essere inopportuno, violento; oppure è esporsi alla forza della
malattia o alla caducità del proprio corpo.
Talvolta di tratta si religiosi, ma spesso anche di gente semplice, la
cui storia magari è andata perduta. Questa gente semplice è testimone di una
carità di popolo, non organizzata in istituzioni, ma per questo non meno
efficace e non meno rischiosa per chi la sceglie. Due storie di contadini
dell’Abruzzo, una regione montagnosa (e allora povera) nel cuore dell’Italia ci
parlano di questa “carità di popolo”. Una donna, Anita Santamarroni,
di 72 anni, viene fucilata dai tedeschi perché aveva ospitato alcuni soldati
inglesi durante la seconda guerra mondiale. Spontaneamente, prima di essere
uccisa, dichiara: “Non li ho aiutati perché erano inglesi, ma perché sono una
cristiana e anche loro sono cristiani”. E il pastore Michele Del Greco fu
fucilato per gli stessi motivi. Spiegò al parroco: “Muoio per aver messo in
pratica quello che mi è stato insegnato in chiesa quando ero bambino: dar da
mangiare agli affamati” [16].
Negli
anni della seconda guerra mondiale è il rischio di non pochi, gente di ogni
livello sociale, che ospita nella loro casa ebrei o perseguitati, perché uomini
o donne bisognosi. E’ quell’offerta spontanea, non imposta da nessuno, ma alla
fine assai rischiosa (erano passibili di condanna a morte), che esprime quella
carità di popolo. Tra la gente che guarda lo spettacolo orribile di donne,
uomini, anziani e bambini, raccolti dai tedeschi sulle soglie del quartiere
ebraico di Roma il 16 ottobre 1943, c’è una donna che esclama: “Povera carne
innocente” [17]. Del
resto –ed è un episodio che ne nasconde parecchi altri- in quello stesso
periodo una donna, Giuseppina Rippa, in una città del
Nord Italia, vede passare una colonna di prigionieri ed offre loro del pane:
viene freddata con una raffica di mitra tedesco [18].
La
carità di popolo, in tempi di grande dolore, di violenza e di quella paura che
essicca la generosità, preserva l’umanità della gente in maniera misteriosa ma
reale, mentre insegna a non cedere alla forza e a non adeguarsi alla logica
violenta. La carità consente che non si esaurisca l’umanità, che non cessi
l’ospitalità, che non si spenga la solidarietà. Così, proprio durante il
secondo conflitto mondiale, un cristiano italiano, Igino Giordani, che poi
sarebbe stato deputato e cofondatore del Movimento
dei Focolari, scriveva: “Importante e risolutivo è che mentre non cadi sotto le
privazioni materiali tu non cada, faccia alle pietre, sotto la valanga degli
odi che scrosciano da ogni parte. Bisogna tenersi in piedi dominando questa
furia e non lasciandosene sommergere”. La carità è una difesa contro quel
contagio dell’odio, così facile sotto la pressione delle passioni collettive
del mondo contemporaneo. Igino Giordani aveva inoltre aveva notato guardando il
mondo durante la guerra: “Sottrai l’amore alla vita, e la vita si assidera.
Sottrai l’amore ai rapporti sociali e la terra diventa tutta l’Artide” [19].
Noi possiamo misurare a fatica quanto la carità protegga il mondo e lo orienti
in profondità contrastando in modo disarmato le correnti del male.
La
carità, quella vissuta, si congiunge –in particolari situazioni- al martirio.
E’ la carità del parroco palermitano di un quartiere particolarmente difficile,
dominato dalla mafia, dove quest’organizzazione teneva sotto controllo
l’ambiente e reclutava i giovani e li formava alla scuola del crimine [20].
Si tratta di don Pino Puglisi, ucciso dalla mafia il
15 settembre 1993, il giorno stesso del suo compleanno, la sera sotto casa. Già
gli erano giunte minacce per la sua attività educativa tra i giovani del
quartiere, che li sottraeva alla mafia. Tra difficoltà e minacce, padre Puglisi aveva continuato la sua opera e non si era tirato
indietro. Forse è anche importante vedere chi fu l’assassino del prete. E’
Salvatore Grigoli, nato nel 1963, sposato con tre
figli: “agli inizi avevo lavorato per un’impresa ed ero stato licenziato. In
questo periodo, per sfamare la famiglia… ho cominciato a delinquere…”. Il primo
delitto è a 24 anni e ne seguono molti altri. A cinque anni dall’assassinio, il
criminale scrive una lettera al parroco successore di Puglisi,
dicendosi pentito. Arrestato è condannato. In proposito del pentimento
dell’assassino un sacerdote, compagno di Puglisi, ha
detto: “Il sangue dei martiri genera vita. Il pentimento del killer, ammesso
che sia vero, potrebbe essere il primo miracolo di padre Puglisi”
[21].
L’assassino non era che uno di quei ragazzi, come quelli con cui Puglisi lavorava, il quale aveva imboccato –come tanti- la
via della manovalanza criminale mafiosa. Infatti il martirio getta un fascio di
luce anche sul volto dell’assassino che, in tante esistenze, è l’ultimo essere
umano che l’ucciso incontra. Martire e assassino costituiscono, in un certo
senso, una coppia che giunge sino alla frontiera della vita, quella dell’amore
e della fede per l’uno, quella dell’odio e della violenza per l’altro. Un altro
martire dell’amore, ucciso nel 1996 dai fondamentalisti
islamici in Algeria, il monaco frère Christian, dopo aver ricevuto varie minacce, scrive nel suo
testamento:
“E
anche tu, amico dell’ultimo istante
che
non saprai quello che stai facendo,
sì,
anche per te io voglio dire questo grazie, e questo ad-Dio,
nel
cui volto ti contemplo.”
Ma,
rivendo a padre Puglisi, che cosa stava facendo per
cui fu percepito minaccioso dalla mafia? Stava sottraendo i giovani al
controllo mafioso attraverso il lavoro semplice e diretto della carità
pastorale. Anche la sua stessa liturgia, a cui partecipavano tanti bambini,
insegnava a guardare le cose con occhi nuovi. Esisteva un rito di iniziazione
mafioso: “la formazione dei bambini –dice un testimone- ha inizio con pratiche
selvagge che inducono a non aver rispetto per la vita. Si comincia con gli
animali… E’ una sorta di educazione all’uso della violenza, per far perdere
sensibilità di fronte alla morte”. Un ragazzo, Corrado, dice a Puglisi: “Padre Pino, non la posso fare la prima comunione!
E perché? –gli chiede il prete- Perché oggi abbiamo studiato i comandamenti… E
allora? –insiste Puglisi. Ce n’è uno che dice di non
rubare. Ma se io non rubo, se la sera non porto a casa qualcosa, mio padre non
mi fa entrare! Sono belle le cose che lei mi dice, ma io come faccio?”. Dopo
poco Corrado era nel carcere per i minori [22].
Il
parroco sente l’odio e l’indurimento dei cuori in un quartiere mafioso. Un po’
impaurito Puglisi confidò a un amico: “Alla fermata
dell’autobus vedo passare certe facce e mi chiedo: ma anche questo è mio
fratello?” [23]. Il
suo atteggiamento non era stato la lotta politica alla mafia, ma l’esercizio,
come prete e come cristiano, della carità pastorale: “la chiesa non è la sede
di un partito o un circolo ideologico. Al primo posto bisogna sempre mettere la
crescita religiosa” [24].
La sua sfida era la carità: “Chi usa la violenza non è un uomo –aveva
dichiarato. Chiediamo a chi ci ostacola di riappropriarsi dell’umanità”.
Non
si tratta che di un esempio italiano di martirio nella resistenza alle mafie,
che costituiscono ormai internazionali del crimine più potenti di tanti Stati
nel mondo contemporaneo e orientano le esistenze di tanti. Uno studioso delle
culture mafiose conclude: “Ora, se le attuali regole del gioco, non cambiano,
non si vede come impedire lo sviluppo di questa mostruosa escrescenza” [25].
La carità dei cristiani, senza avere le risorse di un’organizzazione o avendone
minime, ha resistito al dominio della mentalità e della logica mafiosa. Gente
semplice, magistrati, vescovi, sono caduti in ragione della loro carità che non
rispettava le regole di un potere oscuro ma implacabile. Penso al card. Jesùs Posada
Ocampo, arcivescovo di Guadalajara,
ucciso nel 1993, a un religioso che
lavorava in Colombia tra i giovani, fratel Alvarez. Assassinato nel 1991, al giudice Paolo Borsellino
per ricordare solo un magistrato caduto in Sicilia. E tanti altri, perché i
nuovi martiri del Novecento sono veramente una folla.
La
Chiesa cattolica, con il Concilio Vaticano II, opera una riscoperta e una
profonda rivisitazione della carità pastorale. La costituzione sulla Chiesa, Lumen Gentium,
richiede ai vescovi che, “santificando, e predicando, con ogni forma di cura e
servizio episcopale esercitino un perfetto ufficio di carità pastorale, non
temano di dare la propria vita per le pecorelle...” [26].
Si potrebbe qui parlare di molte figure di vescovi caduti, perché martiri della
carità pastorale dall’Africa all’America Latina. Già prima del Vaticano II non
pochi vescovi cattolici (dalla Cina alle terre di missione) avevano conosciuta
questa sorte dolorosa. Ma vorrei soffermare la nostra attenzione su di una
figura, quella dell’arcivescovo di San Salvador in Centro America, mons. Oscar Romero, assassinato nel 1980 mentre celebrava l’Eucarestia. Sulla figura complessa e drammatica di Romero è necessario far luce con attenzione. Ha dato un
notevole contributo un convegno storico, tenutosi proprio a Terni lo scorso
anno, da cui emerge come, ucciso da estremisti di destra, Romero
abbia vissuto mesi di grande difficoltà tra la radicalizazzione
politica e i contrasti ecclesiali. Romero era
profondamente turbato dall’assassinio dei preti nella sua diocesi e dalla
sofferenza dei poveri. Dice al funerale del padre Navarro:
“Se
la Chiesa ripudia la violenza, -afferma- se la Chiesa non approverà mai un
crimine come quelli che sono stati commessi questa settimana, non lo fa con
odio verso chi ha sparato, ucciso, sequestrato, ma con amore dice: ‘Convertiti…
Concertetitevi, non siate più pieni di odio, non
uccidete più persone, non calunniate, convertitevi’.
Quanto è stata bella la morte del padre Navarro… Raccogliamo questi esempi e
guardiamoli, fratelli, se qualcuno per disgrazia si trova in questa tenebra
dubitando della Chiesa, credendo nelle calunnie, maledicendo i sacerdoti, che
oggi sono vittime del giorno, io gli dico, fratelli, convertitevi.”[27]
Mons.
Romero si rivolge agli assassini e non è guidata
dall’odio, ma “con amore dice: ‘Convertiti…Convertitevi…”. Romero
fu quasi stritolato dalla polarizzazione politica, che non lasciava spazio alla
carità e alla pastoralità. Sempre più lontano dal
mondo del potere salvadoregno, l’arcivescovo non si ritrovava con le posizioni
rivoluzionarie, pur difendendo i diritti umani e i poveri. Sentiva attorno a
lui le minacce di morte e pensava che non fossero infondate, come disse a mons.
Moreira Neves durante la sua ultima visita a Roma nel
gennaio 1980 [28].
Intorno a lui cresceva il numero degli assassini, finché lui stesso non fu
colpito. Romero non è una figura politica, ma come ha
detto Giovanni Paolo II, visitando la sua tomba: “Romero
è nostro”. Infatti Giovanni Paolo II, nella celebrazione memoriale dei nuovi
martiri al Colosseo, il 7 maggio 2000, così ha
pregato:
“Ricordati,
padre dei poveri e degli emarginati, di quanti hanno testimoniato la verità e
la carità del Vangelo fino al dono della loro vita: pastori zelanti, come
l’indimenticabile arcivescovo Oscar Romero ucciso
all’altare durante la celebrazione del sacrificio eucaristico, sacerdoti generosi,
catechisti e catechiste coraggiosi, religiosi e religiose fedeli alla loro
consacrazione, laici impegnati nel servizio della pace e della giustizia,
testimoni della fraternità senza frontiere; essi hanno fatto risplendere la
beatitudine degli affamati e degli assetati della giustizia di Dio.”[29]
Con
quale fiducia, questi uomini che hanno messo a repentaglio la propria vita per
amore o per la fede? Quale il pensiero o il sentimento che li sosteneva nelle
notti buie e piene di fantasmi minacciosi o nelle giornate in cui si potevano
delineare i volti degli assassini del bene più grande che avevano, la loro
vita? Un prete bolognese, don Giovanni, a Monte Sole occupato dai tedeschi
durante la seconda guerra mondiale, si incammina verso l’interno della zona per
andare ad aiutare i parrocchiani. Una donna gli grida: “Non vada lassù, è
pericoloso”. Ma don Giovanni, mostrando il suo rosario, gli risponde: “Ecco la
mia arma”. Poche ore dopo, il capitano delle SS ridendo con altri militari:
“Pastore kaputt”. Perché l’uccisione dei preti, l’assassinio di chi crede
nell’amore, rappresenta spesso un rito diabolico –come la profanazione delle
chiese o la violenza sulle donne- in cui si vuole affermare il potere delle
forze del male che conducono alla morte, che tutto sporcano, che spengono la
vita nella violenza e nel terrore.
Ma
come alcune esistenze illuminate dalla carità e dalla fede possono contrastare
le forze prevalenti, armate e ricche di ogni mezzo? Perché procedere
all’eliminazione dei testimoni dell’amore e della fede, anche quando possono
sembrare irrilevanti? Mi sono posto questi interrogativi di fronte
all’uccisione di frère Christian,
priore dell’abbazia di Notre dame de l’Atlas, e dei
suoi sei fratelli per mano dei fondamentalisti
islamici algerini. Questo piccolo gruppo di monaci cattolici aveva scelto di
restare nel paese dell’entroterra algerino, non perché vi fossero cristiani da
assistere, ma come una presenza di preghiera e di amicizia tra i musulmani. Io
stesso ho potuto conoscere un intellettuale musulmano di Medea, che era stato
profondamente toccato dal dialogo con frère Christian.
A
seguito dei drammatici avvenimenti politici, l’Algeria si trovava come un paese
in ostaggio nelle mani di un terrorismo islamico e di un potere militare duro.
Nell’ottobre 1993 il GIA, l’ala più oltranzista del terrorismo, aveva dato un
mese di tempo agli stranieri per abbandonare il paese. Un mese dopo la
prefettura algerina propose al priore una guardia armata e poi armi per
difendersi, ma questi rifiutò. Alla fine, alla vigilia del Natale 1993, un
gruppo armato del GIA entrò in monastero e frère Christian fece notare il divieto di portare armi in una
casa di pace. Tuttavia i monaci decisero di restare. Intanto altri religiosi e
religiose erano stati fatti segno della violenza terrorista. I monaci aveva la
sensazione che l’aman,
la protezione, dell’emiro del GIA riconoscesse il loro statuto di ruhaban, cioè di monaci. Il rapimento, la lunga detenzione,
la proposta di scambio con alcuni prigionieri fondamentalismi
detenuti dagli algerini, invece sono le fasi della dolorosa storia che portò
all’esecuzione dei monaci il 21 maggio 1996.
Tra
il 1993 e il 1994, quando erano già chiare le minacce che si addensavano
attorno al monastero, frère Christian
aveva scritto alcune righe del suo testamento spirituale. Il priore del
monastero di Notre Dame de l’Atlas ribadiva la scelta
di esporsi al rischio della vita:
“Se
un giorno mi capitasse –e potrebbe essere oggi-
di
essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere attualmente
tutti
gli stranieri in Algeria,
vorrei
che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia,
si
ricordassero che la mia vita era stata donata a Dio e a questo paese…
So
di quale disprezzo hanno potuto essere circondati gli Algerini
globalmente
presi,
e conosco
anche quali caricature dell’Islam
incoraggia
un certo islamismo.
E’
troppo facile mettersi la coscienza a posto
identificando
questa via religiosa
Con
gli integrismi dei suoi estremismi.
L’Algeria
e l’Islam, per me, sono un’altra cosa…
La
mia morte, evidentemente, sembrerà dare ragione
a
quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo o da idealista..”
Frère Christian non si considera e non vuol essere
considerato martire dell’Islam o del popolo algerino; è stato ucciso da chi
crede in una caricatura dell’Islam.[30]
Evoco con particolare emozione la testimonianza di questo religioso, perché
l’ho conosciuto piuttosto bene, siamo stati seduti alla stessa tavola, abbiamo
parlato insieme. La testimonianza dei nuovi martiri ci tocca, infatti, in
maniera molto prossima: siamo stati loro contemporanei e talvolta loro amici e
commensali. Che cosa abbiamo imparato? E’ una domanda che dobbiamo porci. Forse
bisogna ritornare alla loro testimonianza, ricostruire con pazienza e veracità
la loro storia, contemplare la loro presenza, per accorgersi della loro realtà,
forse troppo trascurata nella vita della Chiesa. Abbiamo tutti da imparare
molto.
Giovanni
Paolo II ha scritto: “Al termine del secondo millennio la Chiesa è tornata
nuovamente Chiesa di martiri” [31].
E’ una realtà, che non abbraccia solamente casi singoli, ma spesso è quella di
un martirio di popolo, come è avvenuto –ad esempio- per i cristiani negli anni
sovietici. Per la fede, per la carità, per la resistenza al male, il martirio
ha attraversato tutte le Chiese. La carità ha fatto storia del secolo passato
sino al segno estremo del martirio. In condizioni di grande debolezza, spesso
sotto la persecuzione, sotto la pressione di opinioni imposte e vincenti, sotto
la minaccia della vita e della calunnia, si è rivelata la forza dei cristiani,
quella della fede e della carità. Non una forza del tipo di quelle umane;
eppure una forza capace di fare il bene a rischio della vita e contro le
minacce, di operare secondo carità mentre questo era sconsigliato minacciosamente
o violentemente vietato. E quella forza di cui parla l’apostolo Paolo nella
seconda lettera ai corinti: “quando sono debole, è
allora che sono forte” [32].
La
forza della carità è più grande della morte. La storia della carità è segnata
dalla morte: dalla religiosa americana accoltellata in una casa di ospitalità,
a chi lavora per i poveri e urta interessi consolidati, come è avvenuta in
India. Tante volte non è necessario alzare la voce in difesa dei poveri, ma
basta l’azione di carità a mettere a rischio la vita di chi la percorre. Padre Puglisi, ucciso dalla mafia a Palermo, non tanto tempo
prima della sua morte, così diceva ai suoi amici: “Già Cristo ha reso
testimonianza dell’amore a Dio donando la sua vita. Ha avuto un amore così
grande per noi da donare la vita. E anche gli uomini, i discepoli, con il
proprio sangue possono dare testimonianza della fedeltà a Cristo”[33].
Anche gli uomini – dice padre Puglisi-, se credono,
possono amare senza limiti. Alcuni saranno ricordati, mentre altri, purtroppo,
cadranno dimenticati o seppelliti sotto un cumulo di falsità e menzogne come
quei caduti per la fede in Russia o nei paesi dell’Est. Perché il martire del
XX secolo è spesso sfigurato dalla menzogna dei suoi persecutori che occultano
il vero motivo del suo assassinio, cioè la fede e la carità, per descriverlo
come un criminale o un colpevole di qualche delitto.
Un
prete francese, André Jarlan,
condivideva la vita dei poveri in un quartiere popolare di Santiago del Cile
negli anni duri della dittatura di Pinochet. Cadde,
nel 1984, durante una sparatoria della polizia. Stava nella parrocchia di
questo quartiere popolare leggendo la Bibbia. Eppure, per amore aveva voluto
vivere in mezzo a quella gente. E’ stato ritrovato senza vita con la testa
china sulla Bibbia, aperta sul Salmo 129: “Dal profondo grido a te, Signore,
ascolta la mia voce…”. In una delle ultime lettere scritte aveva parlato della
sua idea della vita: “Coloro che fanno vivere sono quelli che offrono la loro
vita, non quelli che la tolgono agli altri. Per noi la resurrezione non è un
mito, ma proprio una realtà; questo evento, che noi celebriamo in ogni
Eucaristia, ci conferma che vale la pena di dare la vita per gli altri e ci
impegna a farlo” [34].
Cioè vale la pena, per chi crede nella resurrezione, vivere con amore.
La
carità e il martirio percorrono la vita delle Chiese cristiane, spesso nelle
loro profondità, costituendo correnti di vita e di spirito di cui talvolta non
ci si accorge presi come siamo dai nostri schemi mentali. C’è una geografia del
profondo, che è quella della carità e della santità, che attraversa le Chiese e
la storia. E la carità e il martirio avvicinano anche quei cristiani che non
appartengono alla stessa Chiesa. Oggi qualcuno ha parlato di difficoltà
ecumeniche o addirittura di gelo ecumenico. Ma c’è stato un tempo in cui i
cristiani delle diverse Chiese, in particolare gli ortodossi, stavano nel vero
gelo, quello del gulag, quello dei corpi e della prigionia delle isole Solovski. Si resta meravigliati, leggendo le memorie,
quanta vita spirituali, quali discussioni teologiche, quanta preghiera ci fosse
in quella alma mater
del sistema concentrazionario sovietico.
E’
un’immagine di carità e di martirio quella che ritrae Ol’
ga Jafa, deportata alle
isole Solosvki, quel “regno degli infelici” secondo
la sua definizione, sino al 1931:
“Unendosi
nello sforzo lavorano insieme un vescovo cattolico ancora giovane,
evidentemente molto miope, con occhiali rotondi di corno, e un vecchietto
emaciato e scarno con la barba bianca, un vescovo ortodosso, antico di giorni
ma forte di spirito, che spinge energicamente il carico. Nel laboratorio
femminile tutte abbandonarono il lavoro per ammassarsi alle finestre. Le
monache piangevano… Anch’io guardavo e piangevo… Chi di noi avrà un girono la
ventura di far ritorno al mondo, dovrà testimoniare quello che vediamo noi qui
adesso. E ciò che vediamo è la rinascita della fede pura e autentica dei primi
cristiani, l’unione delle Chiese nella persona dei vescovi cattolici e
ortodossi, che partecipano, unanimi nell’impresa, un’unione nell’amore e
nell’umiltà…” [35].
Ma
non è mio compito sviluppare il significato ecumenico della carità e del
martirio, bensì quello di indicare appena come la carità e il martirio smuovano
forze profonde nella storia degli uomini e dei popoli, avvicinando, ricreando
proteggendo, un mondo spesso troppo sconvolto dall’odio e dalla violenza. L’ho
fatto ricordando alcune storie. Un antico vescovo di Roma, Gregorio Magno, un
grande maestro di amore verso Dio, verso gli uomini, specie verso i poveri,
diceva che i santi sono le pagine viventi e il miglior commento delle pagine
della Scrittura: “Nella vita dei santi padri noi conosciamo ciò che dobbiamo
intendere nel volume della Sacra Scrittura; perché il loro comportamento ci spiega
ciò che le pagine dei Testamenti ci propongono.” –predicava al popolo romano [36].
Testimonianze di carità e storie di martirio si intrecciano in un affresco che
forse dobbiamo guardare meglio, contemplare di più, recepire maggiormente nella
nostra vita spirituale e in quella delle Chiese.
[1] E.Poulat, Prolusione, in Annibale Di Francia, la Chiesa e la povertà, Roma 1992, p.20.
[2] Romani, 5,5.
[3] I Corinti, 13, 4-7.
[4] Si veda V.Paglia, Storia dei poveri in Occidente, Indigenza e carità, Milano 1994.
[5] M.Tenace, L’odierna riflessione teologica russo-ortodossa sul martirio, in Martirio e vita cristiana, a cura di M.Naro, Caltanissetta-Roma 1997, p. 208.
[6] Giovanni Paolo II, Dives in misericordia, Città del Vaticano 1980, p. 71.
[7] Giovanni Paolo II, Sollicitudo Rei Socialis, Milano 1988.
[8] Nikodim, Uno scomodo ottimista, Giovanni XXIII, Roma 1983, p.81.
[9] Ibidem, p.247.
[10] G. Moriani, Conflitti razziali e di classe nel Novecento, Venezia 1999.
[11] A. Riccardi, Il secolo del martirio, Milano 2000, p. 121-122.
[12] G. Vecchio, Il laicato cattolico italiano di fronte alla guerra e alla Resistenza: scelte personali e appartenenza ecclesiale, in Cattolici, Chiesa, Resistenza, a cura di G. De Rosa, Bologna 1997, p.286. Si veda anche a proposito della fede vissuta nei lager il libro di uno storico e di un testimone, V. E. Giuntella, Il nazismo e i Lager, Roma 1979.
[13] Ibidem. Nell’introduzione al volume ho sviluppato ampiamente queste idee: cfr pp. 9-23.
[14] Ibidem, pp.393-394.
[15] Ibidem, pp.398 ss. Vedi pure per i casi italiani L. Accattoli, Nuovi martiri, 393 storie cristiane nell’Italia di oggi, Cinisello Balsamo 2000.
[16] Vedi in proposito G. Vecchio, Il laicato cattolico italiano di fronte alla guerra e alla Resistenza…, cit., pp. 260-261.
[18] G. Vecchio, Il laicato cattolico di fronte alla guerra e alla Resistenza…, cit., p.261.
[19] I.Giordani, Diario di Fuoco, Roma 1980, p. 45 e 44.
[20] Nella vasta bibliografia sul personaggio si veda F. Deliziosi, Don Puglisi, Vita del prete palermitano ucciso dalla mafia, Milano 2001, passim.
[21] Ibidem, p.246.
[22] Ibidem, p.61-63.
[23] Ibidem, p.123.
[24] Ibidem, pp. 55-56.
[25] Ph. Burin des Roziers, Cultures
mafieuses, L’exemple colombien, Paris 1995, p.374. Si veda
pure T. Cretin, Mafias
du monde. Organisations criminelles transnationales. Actualité et perspectives,
Paris 1997.
[26] Lumen gentium, 41.
[27] Discorso citato nel mio, Il secolo del martirio, cit, p. 422.
[28]
Conversazione dell’autore con il card. Luca Moreira
Neves.
[29] Commemorazione ecumenica dei testimoni della fede del XX secolo, Città del Vaticano 2000, pp. 104-106.
[30] Si veda Martiri in Algeria, a cura di B. Olivera, Milano 1997, pp. 7-9.
[31] Tertio millennio adveniente.
[32] 2 Cor. 12, 10.
[33] F. Deliziosi, “3P” Padre Pino Puglisi. La vita e la pastorale del prete ucciso dalla mafia, Milano 1994, p.89.
[34] G. Alary, Témoins au prix de leur vie, Rodez 1986,
pp. 137-163 e A. Riccardi, Il secolo del martirio, cit. p. 23.
[35] Testo citato in J. Brodskij, Solovski, Le isole del martirio. Da monastero a primo lager sovietico, Milano 1998, p.152.
[36] Gregorio Magno, Omelie su Ezechiele. 2 voll., Roma 1979, t. I, p.231.