Marco Gnavi
Comunità di Sant’Egidio
Tavola rotonda
Dai testimoni della fede del XX secolo sgorga una umanità disarmata, che non si
sottrae alla croce per amore. Scelte ordinarie di carità, in contesti
di straordinario pericolo. La loro forza: essere umanità
levigate dal Vangelo, dalla fedeltà. Molte delle loro vicende sono state
evocate all’inizio di questo convegno. Sono una sintesi vissuta del rapporto
fra santità e carità. Sono per l’uomo e la donna contemporanei
gli ermeneuti più autorevoli del linguaggio delle Beatitudini
evangeliche. Il linguaggio delle Beatitudini è alieno alla psicologia di donne
e uomini resi fragili dal consumismo, timorosi della sofferenza più di ieri,
che spesso hanno perso il centro e il cuore della vita, cercando di guadagnare
soddisfazioni e beni. Il linguaggio di questi testimoni è alieno a questa
“nevrosi” moderna certo, ma è attraente. Esprime una forza, come
è stato detto, che ha abitato nella debolezza della loro umanità. Si
tratta di uomini, donne, laici, pastori, che nella
prossimità ai piccoli e ai deboli, hanno partecipato della macrotimia
del cuore di Dio. Lo hanno fatto nel corso delle tempeste della storia del
secolo scorso (i totalitarismi comunista e nazista, due guerre mondiali, la Shoà, il genocidio armeno, quello
cambogiano, i conflitti regionali, i drammi legati alla decolonizzazione negli
anni ’60, le derive genocidarie nella zona dei grandi
laghi, negli anni ’90, i conflitti etnici e regionali, il Messico e la Spagna
degli anni ’20 e ’30)...Penso che le Chiese e i cristiani abbiano la
responsabilità e il
Terni – 30 settembre
– 1 ottobre 2002 Терни 30
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debito di trasmettere alle generazioni di credenti di oggi , la loro eredità. E’ un’eredità che va svelata e accolta con umiltà. Occorre infatti ascoltare la loro vita, comprendere il segreto della loro resistenza al male, percepire a volte anche la loro paura, senza imporre loro le nostre ragioni. Da essi sgorga un umanesimo cristiano forte e eloquente. E’ disseminato in tutte le confessioni e costituisce una riserva di intelligenza, di carità ancora da schiudere pienamente alla coscienza delle Chiese.
La carità, la empatia che ha radici
cristiane, la capacità di amare e di soffrire in nome del Vangelo per i più
piccoli è infatti segno della vitalità della fede. E’ rivelatore
dell’avvicinarsi della Basileia. E’ un segno di
contraddizione, e come tale può stupire: nella “folla di martiri”, nube di
militi ignoti della causa di Dio, caduti nel ‘900,
sono innumerevoli quanti hanno offerto la loro vita, non in spregio di essa, ma
per salvare altri. La vicenda delle Suore Poverelle
di Bergamo, morte nel 1995, per contagio del virus Ebola
in Congo, è emblematica di migliaia di altre. Pur
conoscendo il rischio a cui si sottoponevano, restarono accanto ai pazienti
nell’ospedale di Kikwit, mostrando una determinazione
di amore più resistente della morte. Come cresce tale
determinazione? E’ possibile per tutti? Quale valore assume per noi oggi? Se
l’agiografia (cattolica) ha sottolineato nella testimonianza
martiriale delle prime generazioni cristiane
l’offerta eroica della propria vita innanzi al tirannus, il filo rosso della
storia del XX secolo aggiunge – per contiguità temporale e mutate condizioni –
una prossimità di questi testimoni alla nostra stessa vita. Le loro scelte di amore non differiscono da quelle che possiamo compiere
noi. La radice della loro resistenza, è a portata della nostra esperienza
quotidiana. E’ nella familiarità con la Scrittura, nella preghiera come
contemplazione e conoscenza del volto di Dio, è in una visione del mondo ove
non si rifugge, come le donne del Vangelo, la prossimità alla croce per amore
del Signore Gesù, anche quando non si hanno risposte a
tutto. In questo senso, già il Concilio Vaticano II, Lumen Gentium 12 avvicinava martirio e
santità, spostando l’accento dalla morte alla vita. Inoltre,
per definire il rapporto che unisce la Chiesa ai poveri, il Concilio scese alla
radice: nel paragrafo 8 della Costituzione sulla Chiesa, per tre volte insiste:
“Come Cristo…così la Chiesa”. I Padri avrebbero potuto scegliere la
testimonianza neotestamentaria sugli apostoli, o l’analisi del mondo così come
gli appariva in quegli anni. Cristo, che spogliò se
stesso mediante la croce è il paradigma della Chiesa,
mentre annuncia la redenzione e la salvezza all’uomo. E,
LG continua, “Egli è stato inviato dal Padre per portare il lieto annunzio i
poveri, per guarire i cuori spezzati” (Lc 4,18),
cercare e salvare ciò che era perduto (LC 19,10). La missione della Chiesa non
potrebbe essere diversa: essa tocca “Coloro che sono afflitti dall’infermità
umana” e le fa riconoscere “nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo
fondatore povero e sofferente”. La Chiesa, prosegue, invita a “alleviare la
loro miseria”, sapendo che “in essi è il Cristo che essa serve”.
Il martire per la carità è
un segno di speranza per il mondo, anche nella notte più buia, o è un
orientamento nella dispersione. Così il confessore della fede, così il
cristiano e la Chiese quando sanno parlare al cuore dell’uomo: questi nella
carità, restituiscono al creato la sua bellezza e ricordano all’uomo
l’orizzonte nel quale Dio lo ha voluto. E’ l’orizzonte delle Beatitudini, nel
quale i piccoli sono i prediletti.
E’ la grandezza di Francesco
d’Assisi, di S.Serafim di Sarov…Se
la povertà, nelle sue tante forme accompagnerà sempre la storia del mondo,
l’assenza di carità appare come uno sfregio sull’icona del creato:
l’inaridimento dei cuori e delle intelligenze, incapaci di empatia
e di preservare il mondo con i suoi beni, la terra con i suoi frutti, e
l’umanità nei suoi figli più fragili, è infatti lacerare la somiglianza
dell’uomo con Dio e abbrutirne i tratti.
Il I settembre, nella tradizione
ortodossa e orientale è inizio dell’anno liturgico e per alcuni festa del creato.
Nella tradizione latina, coincide con la festa di Sant’Egidio, e la Comunità
che ne porta il nome vive il solo orgoglio dell’unità
fra la contemplazione del volto e la carità, fra il sacramento dell’altare e il
sacramento del fratello (Jean Vanire ha parlato del
dolce sacramento del povero), nella convinzione che l’amore per il povero
restaura l’icona ferita del creato e gli ridona splendore e luce. Restituisce
anche a noi uno sguardo non conforme alla cultura e al clima che respiriamo.
Credo che vivere l’amore per il povero sia un principio sapienziale, che inizia nella contemplazione del volto di
Dio, nell’amore per la croce, e prosegue nell’amore per il fratello, la
sorella, anche e soprattutto quando è ferito, nudo, prigioniero, in attesa di consolazione, in disperato bisogno di pace….
C’è infatti una dimensione dell’amore per il povero
che nasce e ritorna all’amore per Gesù. E’ sapienziale
perché nel povero è riflessa l’immagine ultima della nostra stessa fragilità.
Imparando ad amarlo, amiamo anche noi stessi. Veniamo
protetti dall’istinto dell’amore egotico e troviamo
intercessori presso Dio. La preghiera dei poveri infatti
è bene accetta alle orecchie di Dio. Rappresenta una sfida alla nostra fede,
anche quando il povero evoca l’immagine del IV canto
del servo sofferente “Non ha bellezza, ne apparenza per attirare i nostri
sguardi”.
Le Chiese e i cristiani, seppure disarmati e non in possesso
di risposte date alla pluriforme fisionomia della
povertà, possono attingere al bagaglio di santità e di sapienza depositato nel
corso dei secoli nello scrigno della loro tradizione, come pure alla
testimonianza dei “martiri” contemporanei, e avviarsi così disarmati nel mondo
contemporaneo, anche quando, parafrasando
le parole dell’Apostolo Paolo nella lettera ai Romani, potremmo dire che “geme per le doglie del parto, e attende
la rivelazione dei figli di Dio”. Attende, in un passaggio di millennio
difficile, la rivelazione della forza profetica di amore
dei cristiani, perché curino e sanino le ferite della famiglia umana così
evidenti nel corpo dei poveri.
Il cristiano, come d’altronde i cittadini della patria
terrena, così ci insegna Diogneto,
vive e parla la lingua dei suoi connazionali, veste gli stessi abiti, è
sottoposto alle stesse legge. Tuttavia, le trascende e
le supera, nella misura in cui è ciò che per il corpo rappresenta l’anima. In
questo senso, credo che il cristiano e le Chiese, laddove sono interrogati
dalle sfide della carità, debbano e possano cercare di
avere un cuore “universale”, o perlomeno di costruire una coscienza
“Universali” e quindi aperti al mondo. Un cuore e una
coscienza aperti al mondo, e il mondo che entra nel cuore della comunità.
E’ un tratto distintivo della coscienza cristiana, perché, a
partire dalla preghiera, niente della sofferenza umana sia estraneo
all’invocazione e alla speranza. L’eucarestia
protegge il mondo, e l’amore per i poveri lo umanizza.
Da Francesco e Serafim di Sarov, amore per
Madonna Povertà
Da Sergji
di Radonez e da Benedetto, un nuovo umanesimo
Da Ioann
di Kronstadt e Padre Pio, la forza di
attrazione del V
Dai martiri contemporanei,
scelta per la vita, barriera al male
In S. Egidio, il segno del
destino comune